La fauna in palestra:
la mia personale discriminazione contro le donne che NON sudano.

Tribù rara ma per niente estinta, le donne apparentemente prive di ghiandole sudoripare si diffondono ed evolvono. In splendide creature dalla chioma liscia.

Perciò, odiose al quadrato.

Non ho ancora finito di mangiare pandori che inizio con le frittelle. Qui a Venezia poi, se non ne mangi almeno una al giorno per tutto il periodo del Carnevale ti prendono per appestata. Ma stai male? Ma cosa c’è che non va? Perché non la vuoi una frittellina con la crema, cosa succede?

Devo farlo, capisci. Almeno una al giorno, fino a quaresima.

Vien da sé che l’abbonamento in palestra me lo faccio addebitare in conto come il canone Rai: serve a poco ma è d’obbligo. Proprio come le scuole medie.

Non so se sia perché “la mia palestra è differente” o perché il karma mi sta circuendo. Ma nelle sale fit che frequento la percentuale di donne magre, profumate e truccate, con l’intimo gym sicuramente appaiato, è molto alta. Io e loro ci salutiamo mentre srotoliamo il tappetino ai nostri piedi: impacciata, già accaldata e con il muso duro io, super leggiadre e dolcissime loro, a ogni movimento un refolo di Chanel. Io già puzzo.

Si inizia con il riscaldamento:

salto della corda che manco Rochi con l’Adriana, squot jump per stroncare subito le risatine dell’ultima fila, una serie di crunch da 250 ripetute per scaldare bene la core zone (e i miei occhi salgono al cielo in automatico, come le bambole anni Ottanta).

No, non scherzo. Duecentocinquanta.

Quando l’insegnante ci spiega la sessione di allenamento vero e proprio (ah, ok… è qui che devo chiamare il 118 giusto?) e spara certe cifre, non riesco a rimanere seria. È più forte di me, io la matematica l’ho presa sempre sottogamba. E a maggior ragione se sono carica di pandori!

A duecentocinquanta non ci arrivo perché perdo il conto molto prima! A questo nessun allenatore ci pensa? Non è poca voglia di fare la mia, è che sono “senior” e nella mia mente funziona più o meno così:

“uno-fuh-due-fuh-tre-fuh-quattro…dieci-fuh…ma ho sbrinato le bistecche per stasera-fuh-venticinque-fuh-ventisei-cazzo dovevo chiamare il tecnico della caldaia-trentadue-fuh-trentatre-fuh-senti, io butto tutto in asciugatrice anche se fa casino e quello del piano di sotto rompe le palle-fuh-quarantasette-fuh-taci che sono già a cinquanta-fuh-in alternativa mi sparo una bella frittatina spumosa con quattro uova tutte per me-cinquantadue-fuh…”

E nel frattempo il resto del gruppo (donne magre, truccate, con la coda di capelli alta e liscia) sta già passando al secondo esercizio.

Ma come? mi chiedo. Sono solo a sessantacinque crunch e vuoi dirmi che queste, appena uscite dal parrucchiere, ne hanno già fatti (cifra a caso nella mia mente) centottantacinque più di me? (sì, ho usato la calcolatrice per scrivere questa frase).

Allora succede che ne faccio un’altra manciata (al massimo dieci) e va bene così, passo anch’io all’esercizio seguente. Mica son da meno io, eh.

Mi ci vuole un po’ prima di iniziare a pompare sul serio. Anche se non sono sicura di farlo davvero. 

Pompare dico.

Perché anche se mi sento pulsare i bicipiti, la tartaruga e i polpacci, a guardarmi intorno mi sento la cugina sfigatissima di Jane Fonda.

Anzi, Jane Sfonda, è il caso di dirlo.

L’insegnante (piccola e cattivissima) deve vedermi assorta, così mi incita -affettuosamente- a urli e fruste: dai dai dai, non mollare Foffiiiiiiiiiii!

E siamo solo all’inizio della lezione.

https://www.youtube.com/watch?v=fwQ1PrED9IE

C’è sempre un istante, tra una sessione di lavoro e l’altra, dove immancabilmente mi chiedo: perché. Perché lo sto facendo se la bilancia mostra sempre la stessa cifra, perché sudare in gennaio quando abbiamo già quattro mesi a disposizione per farlo senza muovere un dito, perché invece di incaponirmi con la taglia esse che portavo alle superiori non compro la emme e pace.

Ho passato i quaranta, santocielo.

Occhei, ho la pancetta e le cosciettine di un tacchino ripieno sul corpo di una ovaiola. Ma chissenefrega, giusto?

E invece no: squat sumo con la kettlebell in ghisa, push-up a esaurimento pile, verticali al muro, salto con la corda, affondi con il bilanciere sul groppone, rematore con i pesi da settordici chili… e via andare. È che poi mi faccio prendere dal ritmo, sono in ballo e ballo. Troppo se dico che alla fine mi diverto pure?

Sì, forse è troppo.

Arranco, le vampate mi stroncano, la fronte zampilla, sudo i baffetti e le mani, a tratti mi gira la testa ma poi un bel respiro e fuh, le orecchie sono fiamme da farci scrocchiare il marshmallow. Lo stesso i miei glutei. Non descriverò i miei capelli dopo un allenamento ad alta intensità perché voglio mantenere un certo contegno, ma sono bagnati, appiccicati, scompigliati, arruffati, per aria a ciocche, nonostante le sette forcine. Sono uno schifo, altro che casco di banane. Sembrano più un pugno di spinaci.

Dopo l’ultimo ciclo di cardio (e l’infarto è di famiglia, me lo ripeto ogni volta) arriva il tanto agognato stretching che sì e no è di trentadue secondi alla fine dell’ora perché la coda fuori delle signore del posturale spinge che manco il Vajont.

Sono uno straccio, sfinita e grondante.

Ed è qui che me ne rendo conto, chiaro come il sole.

Mi allungo le gambette sul tappetino e contemplo con un timido sorrisino soddisfatto -tutto sommato ho fatto un buon lavoro- le mie compagne di lezione.

Dove sono state fino a un minuto fa? 

Al salone di bellezza? Alle terme? In coda alla posta?

Com’è che io sto dando l’anima al Signore misericordioso e queste sono fresche che neanche al reparto surgelati?

C’ho lasciato la sacra sindone sul mio asciugamano verde della Decathlon, pur non avendo bevuto granché (meglio dopo, perché a saltare e saltare dovrei andare al bagno per la pipì tre volte in un’ora). I loro asciugamani (ne hanno di piccoli, tipo quelli da bidet, tanto a cosa minchia servono!) stanno ancora piegati al fondo del tappetino, al fianco della borraccia vuota.

Ma non vi evapora niente da quel corpo? Qualche lacrima la versate, vero? Ditemi che almeno con la cipolla vi capita!

E niente: finisce che il sorrisino timido e soddisfatto mi si spegne all’istante. Ma guarda te se tutta la fatica l’ho fatta solo io! Le sopracciglia mi si avvicinano alla Frida, sono incazzatissima. Raccolgo le mie cose di fretta, borraccia per prima perché adesso mi ubriaco con della Rocchetta. Quelle del posturale hanno già occupato il mio inutile posto, mi fanno arrabbiare pure quelle. Ma che fretta avete, datemi il tempo di andarmene almeno, no?

E me ne esco con lo stesso muso duro.

Se trovo chi ha inventato il bisogno di andare in palestra gli lancio un disco da 30 sugli stinchi.

Fuh.


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Sono Chiara Foffano, copywriter freelance.

#Scrivoatuttapenna liste, idee, ricette, pensieri gentili, sogni. Ma anche landing pages, blog post, newsletter, presentazioni, brochures. 

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Questo blog è un po’ inutile.

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Perciò, ho creato da me il posto dove incanalare le mie emozioni represse: nell’etere del web ci stanno tutte, anche le tue.


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