Sono metereopatetica e soffro di ansia da tempo perso.
Ma part-time

Una manciata di illusioni per difendersi da ansie e nebbie fitte.

I mesi freddi, che qui da me in laguna sono ancora più freddi e umidi, mi sono difficili da sostenere. Difficili del tipo mortacci-sua-a-chi-non-ama-l’estate-perché-fa-caldo.

Maledico tutti quegli individui che a gennaio escono con un antivento sopra a una t-shirt o quelle donnine leggere e spumose che non sanno cosa sia una canottiera o i collant e sotto al maglioncino di mistolana solo pelle vellutata e liscia. Neanche un brividino.

Sì, io sono una di quelle che per combattere la pelle d’oca si veste a cipolla da novembre a marzo, colleziona cappelli di lana -per poi non usarne uno perché appena me lo infilo in testa i capelli diventano spinaci e addio ricci- che indossa due paia di calzini e poi non entra nelle scarpette numero trentacinque e parolacce in aramaico, che non solo mette la canottiera da fine agosto ad aprile ma se la infila giù nelle mutande perché lo spifferino sulla pancia la fa andare di corpo per una settimana, che per sciarpa ha una coperta (ne ho ben quattro, di varie fantasie) e che in borsa porta due paia di guanti che tanto -come per il cappello di lana- non usa perché con i guanti addosso si riesce ad avere ancora il completo controllo delle proprie mani? (cit. Sheldon Cooper) 

No, non credo. O mani calde o focomelica.

Sono metereopatetica: come apro le finestre la mattina mi si sintonizza l’umore.

Ma di brutto, non come le persone comuni che con una giornata serena sono attive e con la foschia rallentano.

Io no. Il mio termometro ha lo zero e ha il cento, nel mezzo solo covoni che rotolano come neanche nel tavoliere delle puglie a luglio. Se il cielo è grigio o -peggio ancora- bianco latte, novanta su cento ho le palle di traverso e potenzialmente il mio solo sguardo potrebbe indurti all’autocombustione. Se piove, piango fino alla disidratazione -oltre a far pipì ogni venti minuti, mi ci vorrebbe un catetere nelle giornate di pioggia. Chiamate il pronto soccorso e via di flebo ai sali minerali. 

Il sole mi fa fare cose pazze e pensieri scottanti, mi muove l’ormone e mi potrei accoppiare qui e ora, subito subito anche senza il refill della ceretta inguinale. E poi la nebbia, ah la nebbia mi toglie il respiro. Non perché sono a un tiro di schioppo da Marghera e immagina la qualità dell’aria qui nei giorni di nebbia. Ma perché la nebbia ti viene a cercare dentro, in quei buchetti del cuore, le cicatrici che ognuno di noi ha dal passato, e li scava, in voragini. 

Come le buche sugli asfalti della capitale.

Nelle giornate di nebbia sono un colapasta di tristezza

un inutile essere al mondo, occupo spazio e mangio ossigeno (il poco che ne rimane) per niente.

Come la Cloris e la sua Luna Nera lascio definire al caso il mio stato umorale, senza alcuno sforzo di coscienza. Una persona matura apre le finestre e ok non c’è il sole, pazienza, realizza che è una giornata oggettivamente di merda ma fa niente, sorride comunque e cerca di ottenere il meglio dal suo tempo. 

Ed è esattamente così che si fa.

Ecco, bravi tutti. Io però, non ce la faccio mica.

Proprio qui, adesso, mi sale dai calcagni una delle mie domande esistenziali preferite:

ma ad aprire e chiudere finestre sulla vita, quanto tempo sto perdendo?

Non appena realizzo la risposta (cioè, a badilate) ecco che mi prende la strizza da iperattività. Che fuori ci sia la neve, l’afa o la primavera non ci faccio più caso: meno, brigo, rimeno, mi sbrigo. Una specie di Bip Bip della provincia di Venezia, corro da una parte all’altra, da un pensiero all’altro, per produrre positività, energia buona, felicità, fiori-cuori-amori. Perché la vita è un attimo, mi ripeto, e non posso sprecarla in balia del meteo fuori, devo costruirmi le mie giornate belle anche in mezzo ai cumulonembi che assicurano tempesta.

Mi prende l’ansia, l’ansia del tempo perso. Così per compensare quel tempo perso, investo il tempo che mi rimane in ansia di dover recuperare il tempo perso.

Occhio allo spoilerone: non si compensa un bel niente di niente. L’unico risultato che si ottiene è lo stomaco chiuso, il respiro corto e i palmi delle mani sudati come costanti della vita. Eh, bella roba, dite che ho scoperto l’acqua calda vero?

Probabile, ma io che ne so cosa significa vivere il qui e ora? C’ho provato con la mindfulness, ma non ci trovo il senso di ciucciare l’uvetta passa. Sono fatta così, che se mi prende il piglio mi prende il piglio. Sono al polo opposto dello zen nonostante le ore e ore (di qualità, questo sì) di yoga, respiro consapevole e centratura.

La mia natura è di pancia che ti devo dire.

Così per darmi una parvenza di equilibrio -perché sono pur sempre una donna adulta perdìo- ho stilato il mio personale decalogo di manie come medicina all’ansia e alle giornate di nebbia.

Delle manie come medicina palliativa è proprio da persone equilibrate.

Vabbè dai, la verità la sai anche tu: con certe giornate ci si convive male, non ci sentiamo le forze, ci manca la luce e noi partecipanti alla natura ne abbiamo bisogno per vivere e per vivere bene, con il sorriso. E ci inventiamo di tutto per andare avanti.

Perciò ecco qua: quando sono triste, nervosa o giù di corda (in paranoia quindi) mi impegno in almeno un paio di queste leggerezze che elenco qui sotto, così da illudermi che il mio tempo speso a vivere è di qualità, anche quando lo sto palesemente perdendo:

  • tengo conversazioni da botta e risposta con gli elettrodomestici, contro il senso di solitudine
  • per sentirmi speciale anche quando mi vedo uno schifo, scrivo le cose belle in un diario: dal profumo del caffè alla seduta del mio divano, un perfetto incastro con le mie chiappe
  • muovo le mani contro la noia: impasto, piego, stiro, saluto, sberlo, shekero, stringo e via menando
  • leggo il mio libro del mese anche nei cinque minuti in cui faccio la popò, per combattere quel sentore di ignoranza e impreparazione di cui soffro a settimane alterne (dipende dall’intestino)
  • vado in palestra nel tentativo di tirarmi su, la ciccia intendo (e ne ho le prove qui)
  • faccio la mia carrellata di smorfie allo specchio per vedere quanto peggio sarei se
  • ripulisco la mia scrivania, liberandola dai mille appunti scritti in post-it colorati e svolazzanti
  • ripulisco il mio armadio, cominciando dal cassetto delle mutande e dei calzini
  • canto come se i miei vicini fossero sordi e alla fine dell’esibizione mi applaudo pure
  • mi metto lo smalto alle unghie, per rovinarlo subito dopo non avendo la pazienza di aspettare che si asciughi, quindi lo tolgo del tutto, alzo le spalle e che non mi si dica di non averci almeno provato
  • cambio le lenzuola, disciplina olimpionica del tutto sottovalutata (per la quale sarei sul podio)
  • mi improvviso il pollice verde, ma combino guai e scusarsi con le proprie piante non serve a farle rinascere
  • accendo incensi per casa, immaginandomi all’estero
  • sfoglio il calendario e progetto vacanze, che non è detto prenoterò
  • mi trucco come se dovessi uscire per un primo appuntamento, così sì che mi sento gnocca
 

Ma la verità è che per la maggior parte delle volte in cui sono triste, nervosa o giù di corda (in paranoia quindi) mi butto in divano e da lì non scendo. Se non per fare la pipì e riempirmi la tazza di patatine.

Questa è la verità.

 

Sono Chiara Foffano, copywriter freelance.

#Scrivoatuttapenna liste, idee, ricette, pensieri gentili, sogni. Ma anche landing pages, blog post, newsletter, presentazioni, brochures. 

Comunicare facile, con gentilezza, rispetto e un pizzico di ironia, è il mio più grande obiettivo. Sempre.

Questo blog è un po’ inutile.

Ma sai cosa: mi è necessario.

Con tutte le difficoltà e gli imprevisti della vita, sentivo il bisogno di uno sfogatoio, spazioso.

Perciò, ho creato da me il posto dove incanalare le mie emozioni represse: nell’etere del web ci stanno tutte, anche le tue.